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L'intervista

Due chiacchiere con... >> Filippo Viola


foto: filippo viola

Breve presentazione: Referente eTwinning nella Regione Veneto, è un docente impegnato da anni nel campo delle nuove tecnologie, uno dei “pionieri” della Tecnologia Educativa militante. Ha collaborato per anni con il Laboratorio Stratema sulla simulazione dell’Istituto di Architettura di Venezia e ha lavorato come operatore tecnologico all’interno della scuola.
Il professor Viola ci illustra il suo punto di vista sulle esperienze di progettazione europea, sull’utilizzo delle TIC nella didattica e sull’azione eTwinning.

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1. Da quanto tempo è coinvolto in progetti europei tra scuole e quali sono, a suo giudizio, i benefici provenienti da tali esperienze internazionali?

Ho partecipato al mio primo progetto europeo, un Comenius 3 tra il 1996 e il 1999. Il progetto si intitolava “Europa ludens” e, come intuibile dallo stesso titolo, il prodotto finale di questa collaborazione è stato un gioco. Nell’ambito del progetto, mi sono occupato anche della realizzazione di attività formative per insegnanti sugli ambienti artificiali di apprendimento.
A mio giudizio, il beneficio principale che proviene dalle esperienze di cooperazione internazionale tra scuole è la “sprovincializzazione” della realtà scolastica, l’apertura del mondo della scuola verso la dimensione europea. Nel caso in cui si realizzano progetti europei di ampio respiro, che coinvolgono docenti e studenti fortemente motivati, i risultati della collaborazione europea sono sempre altamente positivi. Tuttavia, e questo è un mio grande timore, se un progetto europeo si riduce ad un semplice scambio di informazioni su temi più facilmente classificabili come folklore che come cultura, e non si realizza uno scambio profondo, si rischia di incorrere nell’effetto opposto: quello dell’”europeismo strapaesano”!


2. Ci presenta brevemente un progetto, al quale ha partecipato, che ritiene particolarmente significativo?

Posso citare il progetto “European Curriculum for Children of Migrant Workers”, da me coordinato per la parte italiana, al quale hanno partecipato anche le Università di Oxford e di Cracovia e la scuola per insegnanti di Gent in Belgio. Il progetto si rivolgeva ai figli dei lavoratori migranti e mi ha portato alla creazione di un MOO, un ambiente virtuale che permette di effettuare giochi di ruolo in rete. Un MOO è un grande “cantiere di attività” dove possono operare contemporaneamente o in differita numerosi soggetti; permette a tutti coloro che vi partecipano di contribuire in maniera diversa, a seconda delle proprie competenze (ad esempio, nel nostro caso: gli studenti delle elementari possono usufruire dei giochi di ruolo, mentre i docenti o studenti più grandi costruiscono i luoghi del mondo e ne impersonano i personaggi). Si tratta di un ambiente virtuale aperto al coinvolgimento di tutti, anche ai novizi cui è consentita una “partecipazione periferica legittimata”. Il nostro MOO è un risultato concreto di una collaborazione europea e simula un MUSEO VIRTUALE DELLE FIABE che attualmente contiene quattro fiabe. E’ però in corso in provincia di Venezia un’attività didattica sperimentale in rete che porterà le fiabe a circa 10 e svilupperà alcune potenzialità didattiche e narratologiche inesplorate finora. L’idea è quella che alcuni studenti presidino i luoghi delle fiabe impersonandone i personaggi che narrano dal loro punto di vista i fatti,  come se fossero già accaduti. I MOO sono infatti speciali ambienti di chatting a forte connotazione spaziale: sono caratterizzati da luoghi interconnessi in cui si dialoga con chi è presente in quel momento nel luogo. Naturalmente ci si può spostare da un luogo all’altro del MOO.
Nell’ambito delle attività previste nella Regione Veneto in relazione all’azione eTwinning, questa esperienza di collaborazione verrà proposta come paradigma di attività di gemellaggio multiplo.

 

3. Quali tipologie di progetti e/o azioni in ambito europeo ritiene particolarmente interessanti e per quali motivi?

A mio parere, Arion é un’azione europea di particolare interesse. Le visite di studio Arion, infatti, permettono ai partecipanti di osservare il funzionamento dei sistemi educativi in altre nazioni, di sentirsi parte di una comunità culturale e professionale sopranazionale. A mio giudizio, l’azione Arion andrebbe sostenuta e potenziata con misure ulteriori. Un’ipotesi potrebbe essere quella di adottare il modello del “visiting professor” largamente diffuso nel mondo della ricerca; permettendo, quindi, ai docenti di un Paese di lavorare per un periodo di tempo in un altro per scambiare esperienze, cooperare a ricerche didattiche comuni e arricchirsi professionalmente.


4. Sappiamo che lei è particolarmente attivo nel campo delle nuove tecnologie. Ci illustra brevemente il suo impegno in tale settore e il valore aggiunto che, a suo giudizio, l’utilizzo degli strumenti tecnologici può apportare nella vita scolastica?

Ho iniziato ad occuparmi di informatica e ad utilizzare Internet quando questi strumenti erano ancora poco diffusi ed erano poco impiegati nel mondo della scuola, come peraltro in tutti gli altri ambiti di attività umana.  Mi affascinava la possibilità di utilizzare il computer nella didattica e il capire come l'uso di questo mezzo potesse scardinare i modelli didattici. Erano anni in cui ad esempio si proponeva il modello della programmazione didattica e curricolare, sottolineando in molti casi che si trattava di una metafora informatica (vi erano libri su questo argomento che riportavano in copertina i diagrammi di flusso, normalmente usati dai programmatori di computer per progettare i programmi). Certo una metafora informatica, in cui però il docente era il programmatore e lo studente l’automa da programmare. Nello stesso periodo il paradigma emergente nel mondo della Tecnologia Educativa, mi riferisco in particolare ai Micromondi di Seymour Papert, affidava ai bambini gli automi da programmare (LOGO, la TARTARUGA e la sua straordinaria geometria, per capirci) stimolandone la riflessione metacognitiva e promuovendo al rango di esilaranti “smorfie cognitive” gli errori di programmazione. Un bel mutamento di prospettiva, non le pare?
La mia lunga collaborazione con il laboratorio di simulazione dell’Università di Venezia, insieme alla mia attività di operatore tecnologico a scuola, mi hanno permesso di promuovere la Tecnologia Educativa, in particolare per simulare ambienti artificiali di apprendimento, secondo la prospettiva costruttivista di Piaget. In seguito, la mia attenzione è stata catturata anche dagli aspetti legati alla relazionalità tra i soggetti coinvolti nei mondi artificiali per apprendere. Partendo dal costruttivismo piagettiano mi sono occupato anche del costruttivismo sociale; un paradigma più attento all’aspetto delle relazioni tra i soggetti coinvolti negli ambienti di apprendimento artificiali.
Ho definito il modello di progettazione che ho adottato “progettazione orientata al mondo” per sottolineare che la mia attenzione progettuale era rivolta soprattutto al contesto in cui i processi di apprendimento dovevano poi emergere.  Quando nel 1995 ho progettato il giornalino L’U.G.O. - primo giornalino scolastico “in” e “con” Internet, nonché primo sito scolastico italiano - ho curato il contesto fisico e strumentale della redazione in modo tale che la sua ricchezza potesse dare verosimiglianza al contesto sociale (gruppo di redazione) e alle pratiche che in esso si attuavano. In sostanza Internet non mi interessava perché “è importante introdurre la multimedialità nella scuola”, ma perché rendeva possibile ai miei giovanissimi giornalisti avere una redazione internazionale e intervistare i Nativi d’America. E a proposito di multimedialità: non è questa il “di più” del computer nella didattica, ma la capacità di quest’ultimo di simulare e creare nuovi e affascinanti mondi finzionali (fiction) dentro i quali si agisce in prima persona.


5. Qual é il suo punto di vista sull’azione eTwinning?

Il gemellaggio tra scuole di Paesi diversi non è una pratica nuova. Molte scuole, già negli anni ’90, hanno portato avanti delle esperienze di gemellaggio utilizzando le risorse scolastiche disponibili in quegli anni. eTwinning, però, è in grado di operare un cambiamento altamente significativo: far sì che queste esperienze di scambio, fino ad oggi attuate solo da insegnanti “pionieri” particolarmente motivati, possano diventare pratica comune delle scuole. Dal mio punto di vista eTwinning riscuoterà un grande successo se verrà affiancato da misure di accompagnamento rivolte agli insegnanti, indirizzate a stabilire modelli di collaborazione tra docenti che assumano come riferimento la più interessante “comunità di pratiche” spontaneamente sorta: la comunità scientifica. La grande sfida che eTwinning dovrebbe proporsi di affrontare è quella di trasformare i docenti in professionisti dotati di nuove competenze che li portino a dialogare in modo sistematico e non occasionale con la comunità dei pari a livello europeo.


6. Lei, in veste di rappresentante degli insegnanti della sua Regione, ha partecipato alla conferenza lancio di eTwinning tenutasi a Bruxelles, che mirava a presentare le opportunità offerte dal gemellaggio elettronico e a servire a voi insegnanti come occasione di incontro e di scambio. Ci racconta brevemente come ha vissuto questo evento internazionale?

Considero l’evento lancio di Bruxelles come un’assunzione di responsabilità, da parte dell’Europa, circa la necessità di effettuare iniziative di scambio su larga scala. Quelle che, come sottolineavo prima, sono state fino ad ora esperienze di collaborazione trasnazionale di poche scuole dovrebbero diventare, invece, usuali per la maggior parte degli istituti scolastici. eTwinning, in conclusione, dovrebbe riuscire a “portare a sistema” le relazioni tra scuole in Europa.


7. A suo parere, in che modo eTwinning può innovare la scuola italiana ed aprirla sempre più alla dimensione europea e all’utilizzo delle nuove tecnologie?

L’azione eTwinning risulterà veramente innovativa se permetterà alla comunità degli insegnanti di trasformarsi in una effettiva comunità di ricerca che si confronta su questioni pedagogiche. E’ necessario, quindi, che eTwinning punti molto l’attenzione sugli insegnanti; l’azione sarà vincente se saprà focalizzarsi su comunità di docenti che sviluppino sempre più competenza nel conversare sulle proprie pratiche professionali.


8. Quali sono, a suo giudizio, cinque buoni motivi per impegnarsi in un progetto di gemellaggio elettronico con una scuola europea?

Il motivo fondamentale per impegnarsi in eTwinning dovrebbe essere, come menzionavo precedentemente, quello di creare una comunità di insegnanti che si occupino di questioni pedagogiche. Inoltre, il gemellaggio elettronico è particolarmente utile per sperimentare innovativi metodi di insegnamento in lingua inglese delle discipline scientifiche. Il gemellaggio permette anche a ragazzi di due diversi Paesi di aiutarsi reciprocamente nell’apprendimento delle loro rispettive lingue. Impegnarsi in un gemellaggio elettronico può essere un modo nuovo per approfondire il filone di ricerca, a me caro, sugli ambienti artificiali di apprendimento e per potenziare l’impiego della tecnologia educativa nelle scuole. Infine, collaborare mediante eTwinning può permettere di creare non solo la comunità di docenti che citavo in precedenza, ma anche una comunità dei dirigenti scolastici e una comunità rivolta al personale amministrativo delle scuole. eTwinning inoltre può permettere di avviare un percorso di collaborazione che può essere poi proseguita con un Comenius o un'altra tipologia di progetto finanziato dall’Unione Europea. Viceversa permette di proseguire e mantenere in vita un’attività precedentemente avviata con un progetto europeo finanziato.


 

editing a cura di Lucia Giannini



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